Francesco MELONI
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AUTOBIOGRAFIA

Nato a Orune (NU) il 24 Ottobre 1957, Francesco Meloni vive ormai da oltre trent’anni a Farnese, un suggestivo paesino in provincia di Viterbo, assieme alla famiglia che vi si era trasferita negli anni in cui i pastori sardi scoprirono i miracolosi pascoli della maremma.
Ha conseguito il diploma presso il liceo artistico “Tuscia” di Viterbo, dove si era particolarmente distinto nella materia professionale, cioè la pittura, tant’è vero che ancora oggi una sua opera, eseguita durante gli studi, si trova esposta all’albo di quell’istituto.
Tra i suoi migliori lavori merita particolare attenzione il restauro dell’affresco raffigurante San Francesco, eseguito nell’omonimo convento delle suore Mercenarie di Farnese, inaugurato dal vescovo di Viterbo Tagliaferro, ed il restauro dell’affresco della Madonna del Carmelo di Orune (NU), suo paese natale.

 

LA SUA REALTÀ FANTASMAGORICA

Se anziché pittore, Francesco Meloni, fosse letterato ci scriverebbe con linguaggio più accessibile che cos’è per lui effettivamente l’essere umano. Ci darebbe un trattato esauriente di patologia umana originalissimo: tutte le componenti del corpo vivisezionato, distintamente, pur nella loro mortale materialità prenderebbero voce per dire a grandi caratteri come l’uomo sia l’universo e l’universo sia l’uomo: “ Non c’è l’un senza l’altro e muore l‘un se l’altro manca”.
Ma siccome Francesco Meloni è semplicemente pittore, ci mostra in colore la sua visione dell’uomo: da quando nasce a quando muore, gli occhi che si aprono alla prima luce e sorridono, le mani che si aggrappano al seno materno, le labbra che si allargano in desideri di conquista. Occhi che poi diventano pozze di sangue, mani che diventano artigli, braccia che perdono consistenza carnale per diventare braccia meccaniche di gru.
Non è spiritualizzata la materia nell’opera di questo giovane pittore sardo, ma è invece materializzato lo spirito, non già perché sia un suo desiderio, ma perché questa è la realtà che lo circonda. Se fosse nato in altra epoca, forse ci avrebbe dipinto la suprema bellezza dell’amore, la religiosità delle montagne, la dolcezza delle albe, la profonda malinconia dei tramonti.
Il corpo umano per lui sarebbe diventato un fiore palpitante di estasi, pronto ad offrirsi al bacio del vento, all’amplesso dell’aria pura, al canto dei poeti. In un caleidoscopio di luce ci mostra invece l’agghiacciante realtà dei suoi giorni. Ci mostra i cerchi che si ristringono sempre più intorno all’uomo fino a soffocare le ansie e le speranze, un mondo chiuso nell’egoismo in cui l’uomo impegnato in una lotta continua, cerca disperatamente una via d’uscita. Non la trova: non può trovarla in  tanto disordine. Ed è allora che si butta nella mischia della disperazione. Si crea un suo mondo d’illusione. Si dispera e si dissolve.
Madre natura gli offre l’elemento droga e la carne vibra finalmente di gioia effimera e di folle felicità. I chiodi penetrano nelle carni sotto i colpi di un martello fino a raggiungere lo spasimo del piacere. Le vergini procaci buttano nelle ortiche la foglia di fico per intrecciarsi disarmonicamente in diabolici amplessi, mentre vi giunge l’eco di rumore di ossa e rispecchia negli occhi allucinati la macabra visione di un cranio. È giusto che il giovane pittore si chieda, dipingendo, il perché della vita quando la vita non è altro che morte.
Si nasce: “Perché -egli si chiede- quando la vita è morte?” Nessun uomo sa se nascendo ha provato dolore. E nemmeno se ha provato dolore nell’ora estrema della morte. Sa però cosa è la vita, cos’è stata fino a quell’attimo, ma non sa quale sarà fra un attimo. La morte è alle spalle, è sempre a portata di mano, scrupolosa lavoratrice, assolutamente indipendente. Non sciopera mai, non brontola, non fa chiasso. E da quando è nata ha sempre lavorato senza prendere nemmeno un’ora di ferie. Non ha problemi di fame, di grasso, di peso. Le sue membra non hanno bisogno di nutrimento né di spersonalizzarsi per dar significato agli occhi, alle mani, alle braccia. Niente di tutto questo.
L’unico arnese da lavoro, è una falce, che miete implacabilmente la grande distesa di uomini nati e vissuti fino all’ora “X”. Un’ “X” spostata a mò di croce. Ma chi è che concede alla morte tanta autorità, tanta vita libera? –si chiede l’artista- Non è forse morte lo stesso uomo che uccide se stesso o uccide il suo simile non sempre per finalità ben precise che trovano come cagione l’odio o il desiderio di supremazia? Quante volte viene chiamata in causa la morte quando l’uomo uccide l’altro uomo solo per appagare un desiderio di crudeltà, lo stesso che a volte hanno i ragazzini nell’uccidere gli animali? Queste sono le domande che si pone il nostro artista.
Il suo è un soliloquio che sfocia in una realtà dipinta, una testimonianza in colore dell’uomo che non sa trovare una via d’uscita da un labirinto di progressiva dannazione. Soliloquio e testimonianza di una orribile realtà espressa con limpidezza coloristica e spontaneità dei segni che ne delineano con maestria i contorni e i confini tra immagini e cose conferendo all’opera la giusta luce e il movimento delle immagini e delle cose.
Tecnica personalissima questa di Francesco Meloni. Armonia cromatica che si avverte al primo impatto anche se per capirne il tema, l’osservatore, deve necessariamente essere dotato di grande sensibilità e di ricca immaginazione.

Antonio De Marco

Recensione


L'artista, pur nella imperscrutabilità della sua genesi creativa, presenta sempre un tratto costitutivo che, malgrado le modificazioni evolutive nella tecnica e nelle periodizza ioni, rimane invariato, quasi la stimmate di un concetto d'arte che matura nell'anima prima ancora di transitare nella fenomenologia della realtà. Non si tratta solo della peculiare flessione intonativa delle opere bensì di un movimento d'avvio che nel tempo si fortifica in una maggiore densità di linguaggio, in una conquistata costura nella formalizzazione dei dati strutturali e linguistici.
In Francesco Meloni, sardo di Orune che vive a Famese, paese rurale della Maremma interna che presenta tutto il fascino antico e selvaggio della sua terra d'origine, lo sfondo sottostante al definirsi della sua forma pittorica è il segno. Un segno netto, incisivo che costruisce e definisce, che non si scioglie nella indeterminatezza ma struttura potentemente le cose e le figure; un segno realistico, iperrealistico, che prima ancora di rivestirsi del manto ricco, opulento e luminoso del colore, imprigiona già l'idea di una realtà inquieta, cinica, cruda, oscura, opprimente, tendenzialmente involutiva e corruttrice, preda di un consumismo che consuma anche se stesso. Ma il messaggio che questo artista affida alle sue opere non è oppresso da una morbosa aura cupa e pessimistica, le inclinazioni al racconto di un percorso di elevazione resistono, le sue opere a soggetto sacro che rappresentano il filone centrale della produzione di Meloni, aspre, anche negli accentuati contrasti cromatici, disegnano la mappa culturale della creazione delle immagini e palesano i codici emotivi e spirituali per la loro interpretazione e sublimazione. Le reiterate Crocifissioni complesse, eniginatiche, ambivalenti, terrorizzanti, non si ancorano al descrittivismo potente di una semplice icona religiosa ma si caricano dei valori paradigmatici che identificano nella figura del Cristo dolente l'umanità sofferente, quell'umanità sofferente ma orgogliosa e forte che il maestro conosce nella sua totalizzante ed esclusiva esperienza di vita: contadini e pastori. Gli uomini dello spazio esistenziale di Francesco Meloni, attori di un mondo che recava il marchio della tristezza desolata, l'angoscia di una esistenza faticosa e dolorosa analizzate dall'artista per il tramite della sua dimensione spirituale che attinge alla interiorità del sacro tramite le forme che attingono al realismo concettuale figlio dell'Accademia e della storia, quindi della cultura.
Il filo d'Arianna che guida il maestro nella sua difficile ricerca introspettiva di una visione del mondo si compone di due differenti fibre, entrambe profondamente congeniali alla sensibilità del maestro: il magistero diretto di un maestro dell'esistenzialismo contemporaneo come Renzo Vespignani e quello mediato dalla profonda riflessione sulle opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Dal primo Meloni deriva la sua pignola attenzione alla pulizia del segno e alla attenzione puntiglìosa al processo tecnico che non rimane fine a se stesso ma diviene lo strumento ermeneutico a disposizione del maestro indagare con sguardo polemico e critico il mondo quotidìano. Quanto illustrano la personalità di quest'ultimo alcune opere minori come le eleganti e succose incisioni o matite dove matura una ricerca ancora in fieri e non sufficientemente approfondita sui temi del ritratto e della introspezione psicologica dei personaggi. Quanto sono debitori delle ricerche di Vespignani nel campo della grafica opere di Meloni quali Illusione, Trasformazione, Metamorfosi...? Ma rimane del tutto originale lo spirito del maestro sardo maremmano che raddolcisce l'atmosfera vespignanesca intrisa di umori spettrali, buia e morbosa; quanto deriva dall'alto magistero dei maestro romano una raffinata matita con l'omaggio ad una grande protagonista dei cinema neorealista italiano come La grande Sofia? Quanto lega alle riflessioni intellettualistiche sull'arte di Vespignani un'opera emblematica ed inquietante come l'Inferno? Caleidoscopio fratto ed inestricabile di spazi visionari, simboli di morte e sofferenza in una agitazione senza forme e senza spazi dove operano in profondità reminiscenze di Hieronimus Bosch e le forme di un escatologismo spirituale che si fa religione pura.
L'innamoramento di Meloni per Caravaggio per legame totalizzante, le opere del Merisi sono ripetutamente indagate, interiorizzate, replicate, in lui Meloni identifica il secondo potente polo di riflessione sull'uomo, sulla sua interiorità, sulle sue sofferenze sulle sue speranze. Caravaggío per il maestro famesano diviene una icona sacra, personalissimo Virgilio che lo guida alla scoperta dell'uomo interiore. Rari sono gli esempi di artisti che come Francesco Meloni si dimostrano capaci di leggere opere di altri autori traendone una essenza sentimentale e visiva che si trasforma non in copia ma in una personalissima interpretazione che risale allo spirito compositivo dell'origine. Le opere d'arte concepite ed eseguite da Caravaggio sono risentite dentro e, in perfetta emulazione, rivissute, compartecipate e ricreate fino a divenire non ex abrupto delle clonazioni o fredde riproduzioni ma realizzazioni artistiche nuove che transitano nella realtà come evocazione di una idea che è arte vera, forza emulatrice che diviene forza ricreatrice.
Il poliedrico mondo interiore di Francesco Meloni, dominato da una tensione spirituale fatta di rigore e di sostanza etica antica come antichi sono i suoi riferimenti culturali ed esistenziali, sostanziato da modi espressivi severi fino al limite di un brutale ascetísmo di una religiosità profonda e senza cedimenti ancor più severa nel suo essere nutrita di una essenza laica e umanistica, lascia sporadicamente spazio a forme espressive che sembrano formarsi nella periferia ludica del suo spirito: ecco allora apparire quasi casualmente delicati pastelli con visioni di luminosi paesaggi campagnoli o più duri e iperrealistici nudi di donna che il tratto freddo e da gabinetto anatomico avvicinano alle forme modernissime della illustrazione per fumettì; la sentita vena spiritualistica di Meloni che si invera in opere dai complessi contenuti simbolici quali la Chiave della vita, l'atlante, Prima della scena, l'Incubo... trovano un diverso versante di rappresentazione onirico-esoterica in realizzazioni come il Sogno, l'Aggressività, l'avvenire, la Visione, immagini, sprazzi creativi, riflessioni sulle fenomenologie artistiche che denunciano una ricerca espressiva e una indagine interiore ancora in corso e in attesa di ulteriori sviluppi.

Fulvio Ricci